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Disconnect Day

Disconnect Day 2019 in Italia: ecco il mio punto di vista

Il Disconnect Day, per l’Italia, giunge in pieno 2019 durante la prima metà di un maggio che sembra un marzo e che ci ricorda, a gran voce, quanto è importante mantenere un’umanità.

Disconnect Day: cosa è?

Si tratta di un’intera giornata dedicata a far comprendere a noi tutti, popolazione 4.0 e perennemente connessa, quanto è difficile ormai concepire e vivere un intero giorno senza lo smartphone, il tablet o qualsiasi altro dispositivo elettronico.

L’evento non rappresenta una ribellione alla tecnologia, ma soltanto un grande spunto di riflessione per la nostra forma di società, ormai così “naturalmente” ibridata con il digitale da risultarne parte integrante. Tanto che è sempre più difficile potersi, anche solo per poche ore, disconnettere.

Disconnect Day 2019: quando e dove

Come riporta il sito ufficiale dell’ANSA il Disconnect Day:

Si terrà l’11 maggio a Corinaldo (Ancona), uno dei Borghi più belli d’Italia, il primo Disconnect Day nazionale, l’iniziativa per farci capire quanto siamo dipendenti da smartphone e tablet. L’evento promosso dall’associazione nazionale Di.Te (Dipendenze Tecnologiche, GAP e Cyberbullismo) prevede incontri, attività e laboratori per adulti e bambini.
Ogni partecipante dovrà però spegnere il proprio telefono e sigillarlo in un’apposita busta consegnata presso gli infopoint sparsi in città, in modo da passare almeno tre ore senza interferenze o distrazioni tecnologiche.
L’iniziativa, che sarà replicata in varie città d’Italia nei prossimi mesi, è un modo per staccare la spina. Smartphone, tablet e altri dispositivi hi-tech – come risulta dall’ultima ricerca dell’associazione Di.Te. in collaborazione con Skuola.net – tengono incollati sugli schermi ogni giorno tra le 4 e le 6 ore circa il 30% dei ragazzi tra gli 11 e i 26 anni. Il 13% del campione intervistato è connesso per oltre 10 ore.” (ANSA).

Disconnect day: la mia visione, da “addetta ai lavori completamente immersa nella tecnologia.

Non c’è giorno che io non ringrazi di essere cresciuta in questa epoca e di aver avuto la possibilità di crearmi un futuro lavorativo proprio grazie alla tecnologia e al digitale. Tuttavia, avverto sempre più prepotente il desiderio (più che la necessità) di riuscire a staccarmi dal mio Iphone e dal mio Ipad e questo non per una questione squisitamente legata alla privacy e al diritto di “disconnessione” di cui si sente parlare sempre più spesso, ma semplicemente perché mi rendo conto di essere io la prima ad avere serie difficoltà nel farlo. Lo schermo è letteralmente ipnotico, agisce  in maniera subdola eppure  palesemente dichiarata e questo perché  la massiccia pervasività del virtuale come collante ed elemento essenziale che ruota all’interno delle esistenze dell’individuo umano, ha, tra le altre conseguenze di più immediata comprensione, determinato dei mutamenti significativi antropologici e sociali.

Come si comporta l’individuo della Società liquida di cui ci parla Bauman?

Esso è così chiaramente immerso, dapprima gradualmente, poi quasi coattamente nel magma della tecnologia, del virtuale e del digitale, che ha sviluppato attitudini e comportamenti che, a anche a livello antropologico acquisiscono molta rilevanza e ci portano a parlare di una vera e propria antropologia del cyberspazio.

In essa, cercando di evitare posizioni estreme di assoluto rigetto o di critica adesione nei confronti della stessa, ci si trova a discutere sugli effetti della smaterializzazione implicita del virtuale e se ne mettono in luce i rischi legati al rapporto tra il virtuale e l’uomo.

La vera rivoluzione antropologica sta nel fatto che con il corpo difficilmente riusciremo a compiere tutte le azioni che siamo in grado di compiere invece con i nuovi mezzi di comunicazione, guardare il mondo dall’alto, parlare contemporaneamente in video telefonata con contatti sparsi per il mondo, vedere in tempo reale che tempo fa in qualsiasi punto del pianeta.

Il virtuale  ormai ci ha fagocitati, è immerso negli spazi quotidiani della società, della vita personale, lavorativa, ludica e relazionale, reca in sé una appercezione falsata dello stesso termine a cui ci riferiamo: nel linguaggio e nel pensiero comune, infatti, l’espressione virtuale è stata rivestita da un’aurea di indefinitezza e passività, identificando con il termine qualcosa di impalpabile, falso o addirittura immaginario. Oggi l’espressione virtuale si riferisce principalmente alle nuove tecnologie ma viene utilizzata anche in altri settori scientifici e, nel linguaggio comune, viene utilizzata come sinonimo di “potenziale, «esistente in potenza» (contrapp. a attuale, reale, effettivo)”.[1]

Eppure non è così: la mia professione esiste grazie al virtuale, mangio, respiro, parlo con i clienti e sono una copywriter perché i mezzi me lo chiedono, me lo impongono, me lo consentono. E non c’è spazio, né tempo per l’osservazione superficiale secondo la quale “in un’altra epoca avrei potuto scrivere le novelle o qualche romanzo d’appendice”. Io brindo sempre all’epoca degli smartphone e delle chat, dei colloqui via skype e degli assistenti virtuali, dei siti web che creano una nuova domanda degli utenti e dei big data, del copywriting per il SEO e dei testi per i social.

Ma il virtuale, così come ci disse Tommaso D’Aquino, non è mera potenzialità, bensì potenza attiva in grado di passare all’atto. E con la stessa potenza di essere, vivere e divenire nel virtuale accolgo il Disconnect Day nazionale e faccio mia la lezione di uscire e trascendere da questa epoca dell’ibridazione e immergermi, per un giorno, unicamente nella umanità.

 

[1] Voce Virtuale, in Treccani, ed. italiana (URL=http://www.treccani.it/vocabolario/virtuale/)

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